Monty
La prima volta che incrociai lo sguardo di Montgomery Clift dovevo essere bambina, ricordo un vestito da prete e due occhi incantevoli, più tardi scoprii che si trattava del film "Io confesso" di Hitchcock ma allora non m'importava molto. Ne rimasi rapita, così come ora ogni volta che mi capita di rivederlo in qualche vecchio film mi chiedo come mai la sua sia una figura quasi del tutto dimenticata tra le star del passato. Certo la sua non è stata una vita facile e paradossalmente se fosse morto giovane sarebbe stato più fortunato, sarebbe infatti diventato un mito di grandezza pari o addirittura superiore a James Dean.
Anche lui, come Dean, ebbe un bruttissimo incidente in auto, ma non morì, anzi ne rimase sfigurato e la guarigione non ristabilì mai un equilibrio psicofisico già traballante, né contribuì a fargli amare un po' di più se stesso e la vita.
Attore sensibile e molto dotato, soffrì della presenza di una madre dalla personalità fortissima, che lo influenzò nelle scelte; ebbe una vita sentimentale disastrosa, divisa tra relazioni con donne molto mature (e materne) e storie gay, pochi cari amici (tra i quali Liz Taylor che gli rimase sempre vicina), alcolismo e vita disordinata.
Creò un sacco di problemi a tutte le persone con cui lavorò, registi o colleghi, per le sue intemperanze; ma quando si trovava di fronte a una macchina da presa si trasformava rivelando tutto il suo talento, come abbiamo modo di vedere ancora oggi in film come "I giovani leoni" o "Un posto al sole" o il dolente e bellissimo "Gli spostati" di John Huston, al fianco di una Marilyn Monroe vicina a sfiorire e di un Clark Gable stanco e malato.
Quello che forse lo portò a condurre una vita così disperata fu la consapevolezza che non sarebbe mai potuto essere se stesso in un ambiente come quello hollywoodiano, dove l'apparente moralità contava più di qualsiasi altra cosa e l'ipocrisia che regnava in società risultava un muro insormontabile per un uomo colto e sensibile ma anche immensamente debole come Clift.
Morì di attacco cardiaco, a 46 anni, distrutto dall'alcol e dai farmaci, ombra decaduta del bellissimo uomo che era stato fino a pochi anni prima, ma a noi basterebbe guardarlo mentre suona per l'amico Frank Sinatra in "Da qui all'eternità" per ricordarcelo per sempre.
La prima volta che incrociai lo sguardo di Montgomery Clift dovevo essere bambina, ricordo un vestito da prete e due occhi incantevoli, più tardi scoprii che si trattava del film "Io confesso" di Hitchcock ma allora non m'importava molto. Ne rimasi rapita, così come ora ogni volta che mi capita di rivederlo in qualche vecchio film mi chiedo come mai la sua sia una figura quasi del tutto dimenticata tra le star del passato. Certo la sua non è stata una vita facile e paradossalmente se fosse morto giovane sarebbe stato più fortunato, sarebbe infatti diventato un mito di grandezza pari o addirittura superiore a James Dean.
Anche lui, come Dean, ebbe un bruttissimo incidente in auto, ma non morì, anzi ne rimase sfigurato e la guarigione non ristabilì mai un equilibrio psicofisico già traballante, né contribuì a fargli amare un po' di più se stesso e la vita.
Attore sensibile e molto dotato, soffrì della presenza di una madre dalla personalità fortissima, che lo influenzò nelle scelte; ebbe una vita sentimentale disastrosa, divisa tra relazioni con donne molto mature (e materne) e storie gay, pochi cari amici (tra i quali Liz Taylor che gli rimase sempre vicina), alcolismo e vita disordinata.
Creò un sacco di problemi a tutte le persone con cui lavorò, registi o colleghi, per le sue intemperanze; ma quando si trovava di fronte a una macchina da presa si trasformava rivelando tutto il suo talento, come abbiamo modo di vedere ancora oggi in film come "I giovani leoni" o "Un posto al sole" o il dolente e bellissimo "Gli spostati" di John Huston, al fianco di una Marilyn Monroe vicina a sfiorire e di un Clark Gable stanco e malato.
Quello che forse lo portò a condurre una vita così disperata fu la consapevolezza che non sarebbe mai potuto essere se stesso in un ambiente come quello hollywoodiano, dove l'apparente moralità contava più di qualsiasi altra cosa e l'ipocrisia che regnava in società risultava un muro insormontabile per un uomo colto e sensibile ma anche immensamente debole come Clift.
Morì di attacco cardiaco, a 46 anni, distrutto dall'alcol e dai farmaci, ombra decaduta del bellissimo uomo che era stato fino a pochi anni prima, ma a noi basterebbe guardarlo mentre suona per l'amico Frank Sinatra in "Da qui all'eternità" per ricordarcelo per sempre.

