I RACCONTI DEL CUSCINO di Peter Greenaway
La storia si ispira al diario di una cortigiana vissuta mille anni fa, nel quale vengono elencate le cose "belle" che scaldano il cuore e che ella conservava nel suo guanciale (da questo il titolo del film).
Così come lei, anche la protagonista della storia, Nagiko, impara a tenere un diario fin da bambina, periodo nel quale viene iniziata al piacere della letteratura, della pittura e della calligrafia dal padre, che occasione di ogni compleanno le dipinge sul viso un ideogramma di benedizione. Il rito si ripete ogni anno fino a che la ragazza sposandosi perde questo gesto armonico e delicato, negato da un marito che non ne comprende l'importanza. Fuggita da un matrimonio sbagliato la ragazza si tuffa nella Tokyo moderna raggiungendo l'indipendenza ma ricercando costantemente qualcuno che torni a scrivere sul suo corpo, questa volta non più come bambina ma come donna, valutando ogni uomo che incontra più per le doti di calligrafo che per quelle di amante. Costantemente delusa, riesce alla fine a trovare un europeo, Jerome, che pur non facendo sua la raffinata cultura orientale diventa a sua volta amante e
libro sul quale Nagiko scrive tredici saggi calligrafici su altrettanti aspetti dell'amore. La storia prosegue con un complesso intrigo fatto di tradimento, morte e la vendetta della donna verso un perverso editore che, fin dall'inizio con il proprio padre e poi con Jerome, aveva agito senza scrupoli approfittando del talento (e del corpo) dei due uomini più importanti della sua vita.
Il soggetto si sviluppa seguendo binari cari al regista, quelli dell'immagine (Greenaway é anche pittore) e della letteratura, qui espressa nella sua forma più astratta, quella della scrittura, mezzo perfetto per tradurre il pensiero umano in gesto, in questo caso non segnato su carta o su un qualsiasi supporto "regolare" bensì su pelle, facendo diventare il corpo stesso uno spazio di cui disporre per segnare il pensiero, svuotandolo di ogni identità per farne acquistare una nuova rivelata direttamente dalla superficie.
Il concetto di
spazio vuoto a disposizione dello scrittore/regista si ripete anche nella composizione stessa delle inquadrature, dove allo schermo totalmente occupato da un'unica immagine si sostituisce una sovrapposizione di piani con giochi di bianco/nero, colore, textures e caratteri.
Il piacere fisico ed il piacere calligrafico si trovano qui riuniti in un vincolo estremizzato e anche perverso ma indubbiamente affascinante, le immagini che ci vengono presentate sono di un'armonia squisita, forse il limite é davvero quello di dare gioia al nostro senso estetico ma lasciarci freddi nei confronti della vicenda, tuttavia la sensazione che si ha é quella di voler rivedere/rileggere il film più volte per scoprirne segni nuovi, significati sfuggiti.
Per finire, molto belle sono le immagini e le parole con le quali si chiude la storia, dove con un ultimo gesto d'amore Nagiko dà pace al corpo (o meglio, alla pelle amata e profanata) del suo amante elencando le sette cose per cui vale la pena vivere:
"Un amante in giardino; l'acqua ferma e scrosciante; l'amore nel pomeriggio; l'imitazione della storia; l'amore prima e l'amore dopo; la carne e la scrittura; scrivere sull'amore e trovarlo".