[alibandus]

venerdì, maggio 31, 2002

SULLE MIE LABBRA di Jacques Audiard - 7 1/2
Bello, si'.
Non solo labbra ma anche mani, suoni e odori. Uno sguardo sull'inadeguatezza, la perdita, la cattiveria nata dalla frustrazione.
Un buon finale, anche.

venerdì, maggio 24, 2002

I RACCONTI DEL CUSCINO di Peter Greenaway

La storia si ispira al diario di una cortigiana vissuta mille anni fa, nel quale vengono elencate le cose "belle" che scaldano il cuore e che ella conservava nel suo guanciale (da questo il titolo del film).
Così come lei, anche la protagonista della storia, Nagiko, impara a tenere un diario fin da bambina, periodo nel quale viene iniziata al piacere della letteratura, della pittura e della calligrafia dal padre, che occasione di ogni compleanno le dipinge sul viso un ideogramma di benedizione. Il rito si ripete ogni anno fino a che la ragazza sposandosi perde questo gesto armonico e delicato, negato da un marito che non ne comprende l'importanza. Fuggita da un matrimonio sbagliato la ragazza si tuffa nella Tokyo moderna raggiungendo l'indipendenza ma ricercando costantemente qualcuno che torni a scrivere sul suo corpo, questa volta non più come bambina ma come donna, valutando ogni uomo che incontra più per le doti di calligrafo che per quelle di amante. Costantemente delusa, riesce alla fine a trovare un europeo, Jerome, che pur non facendo sua la raffinata cultura orientale diventa a sua volta amante e libro sul quale Nagiko scrive tredici saggi calligrafici su altrettanti aspetti dell'amore. La storia prosegue con un complesso intrigo fatto di tradimento, morte e la vendetta della donna verso un perverso editore che, fin dall'inizio con il proprio padre e poi con Jerome, aveva agito senza scrupoli approfittando del talento (e del corpo) dei due uomini più importanti della sua vita.
Il soggetto si sviluppa seguendo binari cari al regista, quelli dell'immagine (Greenaway é anche pittore) e della letteratura, qui espressa nella sua forma più astratta, quella della scrittura, mezzo perfetto per tradurre il pensiero umano in gesto, in questo caso non segnato su carta o su un qualsiasi supporto "regolare" bensì su pelle, facendo diventare il corpo stesso uno spazio di cui disporre per segnare il pensiero, svuotandolo di ogni identità per farne acquistare una nuova rivelata direttamente dalla superficie.
Il concetto di spazio vuoto a disposizione dello scrittore/regista si ripete anche nella composizione stessa delle inquadrature, dove allo schermo totalmente occupato da un'unica immagine si sostituisce una sovrapposizione di piani con giochi di bianco/nero, colore, textures e caratteri.
Il piacere fisico ed il piacere calligrafico si trovano qui riuniti in un vincolo estremizzato e anche perverso ma indubbiamente affascinante, le immagini che ci vengono presentate sono di un'armonia squisita, forse il limite é davvero quello di dare gioia al nostro senso estetico ma lasciarci freddi nei confronti della vicenda, tuttavia la sensazione che si ha é quella di voler rivedere/rileggere il film più volte per scoprirne segni nuovi, significati sfuggiti.
Per finire, molto belle sono le immagini e le parole con le quali si chiude la storia, dove con un ultimo gesto d'amore Nagiko dà pace al corpo (o meglio, alla pelle amata e profanata) del suo amante elencando le sette cose per cui vale la pena vivere:
"Un amante in giardino; l'acqua ferma e scrosciante; l'amore nel pomeriggio; l'imitazione della storia; l'amore prima e l'amore dopo; la carne e la scrittura; scrivere sull'amore e trovarlo".

Ieri sera un bel film cazzone, di quelli con botti e botte, belle figliole, eroi buoni e cattivi, autobus che volano, pirati informatici, doppio triplo e quadruplo gioco, crimini compiuti per salvare i figlioletti dalle grinfie di mamma alcolizzata e zozzona, bombe esplosioni e BOOOM!
Fico!
Il film? Ah sì,

giovedì, maggio 23, 2002

Io confesso di Alfred Hitchcock

Un immigrato tedesco in Canada, Otto Keller, lavora come sagrestano presso Padre Logan. Sorpreso a rubare da un avvocato, lo uccide e lascia che i sospetti cadano sul prete, che non può difendersi perché non ha alibi nè può rivelare ciò che ha saputo in confessione dallo stesso Keller.
E' uno dei film che Hitchcock amava di meno, trovava infatti che la realizzione difettasse di quell'ironia sottile che da sempre caratterizzava la sua produzione. Certo l'argomento era difficilmente gestibile soprattutto a causa della formazione cattolica del regista, che in questo caso costringeva il pubblico a desiderare che il prete si discolpasse tradendo il Sacramento della confessione. Si trattava quindi di una scelta complessa in quanto non rientrava nelle situazioni a sfondo psicanalitico o sessuale con le quali Hitchcock aveva giocato spesso, ma andava a toccare il mondo dei dogmi religiosi nel quale era molto facile creare imbarazzo.
Per questo motivo il film è molto serio e scarseggiano quei momenti di suspense dei quali il regista è maestro. La tensione si presenta al meglio solo nella scena del tè, dove tutto è giocato nel confronto tra gli sguardi della moglie di Keller e Padre Logan, opposti al dialogo tranquillo e banale dei presenti. Oltre a questo nella storia le forzature non mancano: un uomo uccide quasi per caso proprio l'avvocato che ricattava il prete che lo aveva accolto esule, lo fa vestito come lui e da lui va a confessarsi, sapendo che non può tradirlo ed anche che proprio quella sera il prete si era recato in visita dalla donna che era la causa del ricatto. Una serie di coincidenze un po' stiracchiata e difficilmente accettabile se trattata con poca
scioltezza.
Su tutti i personaggi si elevano comunque le figure dell'ispettore Larrue (Karl Malden) e quella di Padre Logan interpretata da Montgomery Clift, attore dotato di talento e rigore altissimo ma anche di una personalità fragile e problematica che creò non pochi problemi in fase di lavorazione.
Clift è in grado di donare al personaggio una integrità morale che sembra suggerita anche dal solo movimento del corpo, o con lo splendido sguardo carico di tutto il peso di un segreto che ne dilania la coscienza, o con una lealtà sempre più in contrasto con la figura di Keller, che la paura trasforma da sprovveduto omicida a perfido calcolatore.

lunedì, maggio 20, 2002

Che male, che male, accidenti a me. Accidenti all'occasione sprecata, alla versione di me stessa che non mi piace esibire, ai molluschi assassini. Uffa.

martedì, maggio 14, 2002

LA RAGAZZA SUL PONTE di Patrice Leconte

Un lanciatore di coltelli salva un'aspirante suicida con l'allettante proposta di farne un bersaglio per il suo spettacolo. Ne segue una love story in viaggio tra paesi, tendoni da circo e pubblico con il fiato sospeso per numeri sempre più pericolosi.
E' quello che si dice un classico film da femmine, precisando che però questo è bello sul serio, probabilmente per quell'atmosfera magica che spesso accompagna i film sulle arti circensi; in più ci si mette anche un'abbagliante fotografia in bianco e nero, gli occhioni smarriti di lei e quelli bistrati di lui, oltre a una delle scene d'amore più erotiche mai viste al cinema; per farne un film a cui dare una possibilità anche se non si è particolarmente vicini al genere sentimentale. E mettete da parte anche le prevedibili riserve su Vanessa Paradis, perché è assolutamente perfetta per questo ruolo.

domenica, maggio 12, 2002

Fuori Orario di Martin Scorsese

Paul è un impiegato puntuale, disponibile, educato; cena da solo e sogna la trasgressione leggendo Miller. Una sera però si lascia attrarre dalla possibile avventura con una ragazza di Soho, non immaginando che quella che lo attende sarà la nottata più angosciante della sua vita.
Divertente e cattivo, è il vagabondaggio di un uomo confuso e incredulo tra le strade di un quartiere di New York che non conosce, descritto come un inferno abitato da persone bizzarre e spesso pericolose. Girato con un budget modesto, ha l'aria del capolavoro lasciato un po' in ombra tra i tanti gioielli della filmografia di Scorsese; notevole proprio per l'eleganza, il ritmo e la capacità che ha il regista di strutturare gli avvenimenti e farci scivolare dentro il povero protagonista, vittima di coincidenze e malintesi, impreparato a vivere la parte complicata di un'avventura che forse aveva solo desiderato.

sabato, maggio 11, 2002

LA PRINCIPESSA E IL GUERRIERO di Tom Tykwer

Tykwer non ha paura di calcare la mano sul romanticismo (ma già il manifesto dice molto), privilegiando la storia di due persone fuori all'interno di un intrigo abbastanza complesso a volte anche troppo ramificato. C'è di tutto: episodi all'interno della clinica psichiatrica, una moglie morta tragicamente, una rapina, un fantasma che non vuole andarsene, un'amica con la casa frontemare, una donna anziana morta, che è la prima tessera in comune tra i due protagonisti.
Stupisce un po' il vedere Franka Potente non più di corsa come nel film precedente, ma silenziosa, con i movimenti lenti e un po' impacciati anche se è decisa nelle sue scelte, in ciò che vuole, che otterrà.
Per tutta la prima parte è curiosamente sempre a terra di fronte a lui che prima la salva e poi la rifiuta, poi le cose cambiano: l'ossessione che l'ha presa le scardina le abitudini e non sarà più in grado di tornare alla monotonia un po' triste di una vita da principessa di persone speciali, meglio saltare allora, accompagnare il guerriero nel posto in cui una parte di lui si è fermata e lasciare che se ne liberi.
E' un film d'amore senza contatto ma in cui gli sguardi hanno un'intensità quasi fisica, bello da vedere ed ascoltare, peccato per quel discutibile finale con il doppio che però non disturba troppo.

venerdì, maggio 10, 2002

TAXI DRIVER di Martin Scorsese

Si ha a volte la sensazione di dover ringraziare un regista per averci regalato un film che ci ha distrutto e che non riusciamo a dimenticare. Questo è uno di quei casi: la visione di un gioiello come questo, tanto sporco quanto perfetto, ha lasciato il segno nella memoria di molti e mia, in particolare.

Un reduce paranoico e totalmente solo tiene sotto osservazione un'umanità notturna e degradata, usando come filtro lo specchietto retrovisore, i finestrini dell'auto, il televisore di casa. La moralità deviata e l'incapacità di avere rapporti umani decenti ne accrescono le ossessioni e ne fanno infine un giustiziere, un figlio tradito che decide di assassinare l'America colpendone un suo simbolo. Per farlo si trasformerà in angelo vendicatore, rasato come un mohicano (o come i marine degli squadroni della morte in Vietnam), con l'unico scopo di autodistruggersi portando con sé il male che lo circonda.

Lui e lui da solo, sempre: di fronte alla TV delle soap opera e dei proclami politici; dentro il taxi meta di prostitute e uomini di potere, in una sala porno o in una stanza d'albergo a convincere inutilmente una ragazzina di quanto sia sbagliata la sua vita; per ritrovarsi infine ancora imprigionato in uno specchio, che riflette la sua immagine e l'immutata situazione attorno a sé.

Bellissimo e livido, attraversato da una disperazione e un pessimismo assoluti, è oggettivamente una vetta nel cinema americano degli anni '70 (e non solo).

Rivisto Taxi Driver, continua a pestare lo stomaco. Allucinato, paranoico, perverso. Adoro Scorsese e più lo rivedo più mi rendo conto del perché. Ora dovrei scriverci due parole, magari dopo.
Ah, rivisto anche Will Hunting, mi frega con la lacrima ogni volta, sgrunt.

giovedì, maggio 09, 2002

LEZIONI DI PIANO di Jane Campion

Diciannovesimo secolo: Ada è una giovane donna inglese, madre di una bambina, che sposa per procura un colono in Nuova Zelanda. E' muta ma il marito non se ne preoccupa, anzi la immagina più remissiva per questo motivo; si aspetta una sposa silenziosa ed obbediente che si prenda cura dei suoi bisogni e che a volte, magari, suoni anche il piano che il padre di lei ha indicato come sua unica passione. Ada infatti parla con le mani, quando sfiora i tasti il suo viso si trasforma totalmente, ne è inebriata, è il suo unico modo per essere felice ma all'arrivo sull'isola il marito non se ne cura, lo considera uno stupido vezzo e abbandona il pesante strumento sulla spiaggia, dove era stato scaricato da marinai frettolosi assieme agli altri bagagli e alle due donne. La totale ottusità dimostrata dal marito in questa ed altre occasioni non facilita i loro rapporti, che rimangono di fastidiosa convivenza. Quando Baines, altro colono meno gretto del marito, accetta di accompagnarla alla spiaggia e la sente (e vede) suonare, decide di portare a sue spese il piano in casa propria e farsi dare delle lezioni da lei, che da un inizio indifferente ed offeso passerà lentamente alla curiosità e infine all'amore per quest'uomo insolito, incredibilmente sensibile ed appassionato.
E' una storia di sensualità straordinaria, in cui il contrasto tra culture, natura e corpi non fa che accrescere una tensione destinata ad esplodere tragicamente. Il paesaggio esotico è distante da quello comunemente immaginato, la Nuova Zelanda sembra più buia dell'Inghilterra, da cui Ada si è lasciata strappare; e il fango che lascia affondare i piedi ed i vestiti rischia di ingoiare anche la sua vitalità, risvegliata solo dall'approccio prepotente e impacciato di Baines. Splendida fotografia e musica (di Michael Nyman), attori perfetti e premio Oscar per Holly Hunter (Ada), Anna Paquin (la figlia Flora) e per la sceneggiatura originale di Jane Campion.

martedì, maggio 07, 2002

ULTIMO TANGO A PARIGI di Bernardo Bertolucci

Lo avevo visto solo una volta un bel po' d'anni fa, appena rimesso in circolazione, unica volta in cui ho barato con l'età per entrare al cinema. Non ricordavo quanto fosse triste e quanto Brando fosse perfetto. Non mi è mai piaciuto, Brando, neppure con la canottiera di "un tram chiamato desiderio"; ma il suo sguardo, la sua figura ed il suo muoversi nell'appartamento semivuoto mi sono rimasti appiccicati da ieri notte.

Il Prezzo di Hollywood di George Huang - 1995

La perdita della purezza da parte di un giovane di belle speranze nel mondo del business cinematografico, una discesa nell'inferno dell'opportunismo e della negazione di sentimenti e lealtà; con un grande Kevin Spacey mattatore della scena, quasi totalmente confinata tra i muri della sua casa e dell'ufficio, sempre in penombra.
Con una struttura a flashback è ricostruita la storia di una vittima e un carnefice, lo stravolgimento dei ruoli, la resa dei conti finale che elimina l'ultimo scampolo di umanità rimasto al ragazzo, diventato un giovane squalo dall'addestramento perfetto.
Arrogante e cinico, poco credibile solo quando dimostra il suo lato umano, Spacey è il classico cattivo per cui si fa il tifo, soprattutto nel confronto con quel giovane schiavo al quale lui domanda, sempre e con estrema franchezza, cosa voglia veramente dalla vita. La terza figura in ballo, una donna, è poco più che accessoria e sarà solo un mezzo, alla fine, per far conquistare al ragazzo una coscienza degna del mestiere che si è scelto.

"Lone Star" di John Sayles (1996)

Non conoscevo trama né altro, solo l'immagine dei baffi di Kristofferson e il suo cappello da cowboy, visti in foto su qualche rivista di cinema anni fa. Che poi alla fine non erano così fondamentali (ma sicuramente fuorvianti per la mia immaginazione) e mi hanno tenuto lontana da questo film per un bel po' di tempo. Ben mi sta.

E insomma la storia mi cattura: parte dal ritrovamento di un cranio e poco altro nel deserto texano, ai confini del Messico, con pochissime tracce tra le quali una stella da sceriffo, un anello e qualche pallottola. Si immagina subito a chi può appartenere, solo non esistono ancora conferme ufficiali, le indagini iniziano senza troppo baccano.
L'attuale sceriffo aveva un padre che tutti stimavano e che ricopriva la stessa carica trent'anni prima, probabilmente non era così puro come lo ricordano tutti e lui per primo cerca di passargli addosso una mano di nero (e quell'omicidio, possibilmente), perché da padre aveva commesso tutti gli errori possibili agli occhi di un ragazzo.

Più di una volta ho pensato a Magnolia, con tutti quei figli a scontare le scelte dei padri, quelle storie sovrapposte così simili tra loro; e poi madri "sante", mariti infedeli, un bastardo per tutore dell'ordine a plasmare la legge sulle proprie esigenze.
Infine la descrizione di una città al confine dove pochi bianchi cercano di tenere stretto quello che è rimasto dei vecchi privilegi, con l'assurda insistenza di dare il nome dell'eroe sceriffo alla scuola, prima che qualsiasi traccia sia cancellata dall'inevitabile riappropriazione della storia da parte dei nativi.

Una tristezza diffusa per tutto il film, che procede con passo lento, a volte si perde in ramificazioni inutili (su tutte una comparsata di Frances McDomand) che allungano la durata complessiva ma non aggiungono nulla alla storia.
Un buon finale non troppo corretto sebbene abbastanza intuibile.

Molto bello.

Iniziamo...