[alibandus]

martedì, ottobre 29, 2002

IL DOLCE DOMANI di Atom Egoyan

Nel paese di Sam Dent l'autobus della scuola precipita nel lago ghiacciato; quasi tutti i bambini muoiono, e con loro l'intera comunità. Un avvocato arriva dalla città per convincere i genitori a farsi risarcire, ma anche lui porta con sé il peso insopportabile di una famiglia distrutta.
Tratto dal bel libro di Russel Banks, il film descrive il dolore della perdita da parte dei sopravvissuti, sia che si trovassero nell'autobus o che fossero rimasti nelle case ad affrontare il vuoto improvviso. Su tutte le figure spicca quella dell'avvocato (Ian Holm) sicuramente sgradevole e interessato, ma animato da un sincero furore contro chiunque abbia contribuito a portare via i bambini dal mondo, sia questo un autobus sprofondato nel ghiaccio, una TV becera e narcotizzante o un nuovo tipo di droga.
Bellissimo il rimando al Pifferaio di Hamelin, che diventa una metafora sulla sparizione di tutti i bambini della città e la tristezza senza consolazione di chi, senza volerlo, è rimasto indietro

martedì, ottobre 22, 2002

L'OPERA STRUGGENTE DI UN FORMIDABILE GENIO di Dave Eggers ed.Mondadori

Una storia vera, leggermente ricamata, nella quale il protagonista è costretto a prendersi cura del fratellino dopo la morte dei genitori. Crescendolo invecchia anche lui, tra amicizie, giochi, nuove iniziative culturali e ripensamenti continui.

Devo confessarlo, è amore. Non senza riserve, ma mi lascio conquistare volentieri da qualcuno che scrive in un modo così buffo e davvero struggente, a volte. All'inizio ne ero travolta, l'affetto trovato nella descrizione dell'ultimo periodo di malattia della madre mi ha commosso, il successivo momento di esaltazione della nuova coppia Dave-Toph (bellissimi, onnipotenti, perfetti fratelli) mi ha divertito tanto da sperare quasi non finisse. Poi con le vicende del gruppo che mette in piedi la rivista l'attenzione è un po' scesa, suppongo non me ne fregasse poi molto di quanto fighi e alternativi cercassero di essere Dave e i suoi amici. L'ultima parte ad alcuni non è piaciuta, io l'ho sì trovata pesantina ma non sono riuscita a staccarmene. Forse era morbosità, tutta la storia delle ceneri della madre ritrovate quasi per caso erano come un'ossessione cattiva ma anche tenera, a suo modo.
Quanto di compiaciuto ci fosse, in ciò che ho letto, non lo saprei dire. Probabilmente una buona parte, ma il gioco era talmente palese che mi ci sono divertita, e molto.

martedì, ottobre 15, 2002

L'IMBALSAMATORE di Matteo Garrone

Decisamente sopra la media dei film italiani che vedo in genere, ne ho apprezzato quell'aspetto morboso che non mi capita di trovare di frequente, qui. La tensione e il senso di disagio crescevano ad ogni apparire del protagonista Peppino, quanto più rideva, tanto più io mi spostavo nella poltrona. Due ore d'incubo, altroché.

Il suo essere sgradevole era alla fine il suo punto di forza, non ci voleva poi molto a convincere quel mollusco di ragazzo a seguirlo come un cagnolino, lui che si ribellava esclusivamente in sogno e che sapeva benissimo dove l'altro voleva arrivare, ma con mille scuse e tentennamenti svicolava (quasi) sempre.
Non ci si affeziona a nessuno, men che meno alla ragazza, soprattutto dopo il patetico tentativo di far intendere a Peppino che era meglio la facesse finita, la scena in riva al mare, un cambio di registro bellissimo, dal niente lo fa imbufalire e l'unica arma che alla fine si ritrova è il solito inconsistente insulto alla sua statura.

Tensione vera in casa dei genitori, durante la prima visita, e quel sorriso che non mollava nessuno... così come alla fine, nel garage.
I ragazzi fanno solo pena, Peppino no, lo si può detestare (e succede, eccome) ma alla fine è l'unico che ha il coraggio di agire per amore, di tentare un gesto estremo, è l'unico che ha una goccia di sangue in corpo, al contrario degli altri due mummificati in casa altrui con la sveglia alle sette e mezza.

Oltre alla fotografia, ai toni bluastri e al buio, ai primissimi piani fonte di (mio personale) disagio; voglio anche ricordare le musiche, molto belle, della Banda Osiris (per me una sorpresa, mai sentiti in versione non-giocosa prima d'ora).

domenica, ottobre 06, 2002

Monty

La prima volta che incrociai lo sguardo di Montgomery Clift dovevo essere bambina, ricordo un vestito da prete e due occhi incantevoli, più tardi scoprii che si trattava del film "Io confesso" di Hitchcock ma allora non m'importava molto. Ne rimasi rapita, così come ora ogni volta che mi capita di rivederlo in qualche vecchio film mi chiedo come mai la sua sia una figura quasi del tutto dimenticata tra le star del passato. Certo la sua non è stata una vita facile e paradossalmente se fosse morto giovane sarebbe stato più fortunato, sarebbe infatti diventato un mito di grandezza pari o addirittura superiore a James Dean.
Anche lui, come Dean, ebbe un bruttissimo incidente in auto, ma non morì, anzi ne rimase sfigurato e la guarigione non ristabilì mai un equilibrio psicofisico già traballante, né contribuì a fargli amare un po' di più se stesso e la vita.
Attore sensibile e molto dotato, soffrì della presenza di una madre dalla personalità fortissima, che lo influenzò nelle scelte; ebbe una vita sentimentale disastrosa, divisa tra relazioni con donne molto mature (e materne) e storie gay, pochi cari amici (tra i quali Liz Taylor che gli rimase sempre vicina), alcolismo e vita disordinata.
Creò un sacco di problemi a tutte le persone con cui lavorò, registi o colleghi, per le sue intemperanze; ma quando si trovava di fronte a una macchina da presa si trasformava rivelando tutto il suo talento, come abbiamo modo di vedere ancora oggi in film come "I giovani leoni" o "Un posto al sole" o il dolente e bellissimo "Gli spostati" di John Huston, al fianco di una Marilyn Monroe vicina a sfiorire e di un Clark Gable stanco e malato.
Quello che forse lo portò a condurre una vita così disperata fu la consapevolezza che non sarebbe mai potuto essere se stesso in un ambiente come quello hollywoodiano, dove l'apparente moralità contava più di qualsiasi altra cosa e l'ipocrisia che regnava in società risultava un muro insormontabile per un uomo colto e sensibile ma anche immensamente debole come Clift.
Morì di attacco cardiaco, a 46 anni, distrutto dall'alcol e dai farmaci, ombra decaduta del bellissimo uomo che era stato fino a pochi anni prima, ma a noi basterebbe guardarlo mentre suona per l'amico Frank Sinatra in "Da qui all'eternità" per ricordarcelo per sempre.

giovedì, ottobre 03, 2002

LE GRAND BLEU di Luc Besson - 4