[alibandus]

giovedì, novembre 28, 2002

DEAD MAN di Jim Jarmush

Un contabile dal nome di un poeta inglese, William Blake, arriva nel West dopo un lungo viaggio in treno in cui le facce dei viaggiatori mutano, si imbruttiscono, lo mettono a disagio. E' solo l'inizio di quella che sarà una discesa verso un incubo sempre più assurdo e ovattato, segnato dalla debolezza crescente provocata da una ferita di pistola, da incontri con personaggi bizzarri e da dialoghi dal senso inafferrabile con il compagno di viaggio, un indiano di nome Nessuno che lo accompagnerà alla fine.
(Sonno)lento come il protagonista, il film procede con dissolvenze continue, ci mette nei panni dell'ex contabile che diventa un assassino braccato senza volerlo, che capisce a malapena quello che gli succede intorno e che si addormenta, stremato, ogni momento. Allucinato e divertente a tratti, risolve i momenti di violenza in maniera così grottesca da spiazzare, la morte accompagna ogni personaggio per tutto il film e la fine è morbida, offuscata dalla mente di un uomo ormai morto da giorni (anche se tecnicamente non ancora).
Fotografia splendida, il West più squallido mai visto, musica (di Neil Young) ossessiva e cupa, Jonny Depp perfettamente nel ruolo.



in ufficio, auguri, sì


martedì, novembre 19, 2002

LA VITA E' UNO SCHIFO di Léo Malet ed.Fazi

Un noir nel vero senso del termine, come si affretta a precisare Bernardi, che ne cura la prefazione. Interessante, perché non avevo mai fatto una distinzione tra il poliziesco americano e, appunto, il noir francese, di come cambia la struttura dell'uno rispetto all'altro, e soprattutto il finale.

Perfido, con un eroe davvero negativo che non cattura la simpatia o la comprensone di nessuno, liquida il presunto crimine politico già dalle prime pagine, puntando sulla totale amoralità del protagonista.
Che poi la sua pistola fumante e sempre pronta all'uso rappresenti fin dalla prima riga un surrogato del sesso è talmente ovvio che alla fine il lungo discorso esperto sulle radici della sua abezione e' inutile e irritante, persino.

lunedì, novembre 11, 2002

ANGELA di Roberta Torre

Due parole per il questo film, su cui non puntavo molto.
Della Torre avevo visto solo "Tano da morire", che mi aveva divertito ma non avrei rivisto nè avrei potuto sopportare un seguito di lavori nello stesso stile (Sud Side Story non lo vidi neanche a Venezia e ancora non me ne pento); quindi la sorpresa di trovarmi di fronte a qualcosa di così diverso è stata tanta. E' chiaro che nel frattempo la regista si sia innamorata di un certo cinema di Hong Kong, o almeno quel certo cinema che conosco io (una minuscola porzione), questo per il modo di seguire la bellissima protagonista attraverso i vicoli di Palermo, il descrivere le facce e i movimenti dei malavitosi, la violenza dei loro gesti, il tutto attraverso una fotografia (di Daniele Ciprì) che privilegia i dettagli, i visi fuori fuoco, l'azione nella stanza accanto; poi con l'uso della musica e i momenti rallentati non può non tornarti in mente il cinema di WKW.
Struggente, è il tuffo in una storia pochissimo originale (ripetuta infinite volte anche al cinema, e infatti chiunque sa che l'affidarsi alla passione provoca inevitabilmente disastri) ma perfetta, misurata, senza sceneggiate e senza futuro.
Bello, eh sì.

lunedì, novembre 04, 2002

L'AMORE FATALE di Ian McEwan Einaudi

Ci sono cascata proprio bene, accidenti.
Ho creduto fin dall'inizio di trovarmi di fronte a un'ossessione creata dallo stesso protagonista, un divulgatore scientifico di mezz'età che si rende conto di non avere realizzato quello che sognava nonostante la fama e il successo, quindi frustrato e sconvolto da un avvenimento terribile e improvviso (l'incidente con il pallone aereostatico).
Ho insomma immaginato per tutto il libro che "l'amore fatale" fosse quello del protagonista verso un immaginario uomo adorante che vuole soprattutto redimerlo da ciò che è diventato, avvicinandolo a Dio.
Le tracce disseminate in tutto il racconto ("Quella calligrafia mi ricorda la tua", gli dice preoccupata Clarissa, quando lui le va vedere le lettere d'amore, o i messaggi telefonici stupidamente cancellati o anche la coincidenza della sparatoria al ristorante) mi convincevano sempre più di aver visto giusto, che ci fosse un reale sdoppiamento della personalità e che nel confronto finale l'uomo si sarebbe sparato in puro stile "Fight Club".
Invece non era così.
Troppi film e troppo pochi libri, ecco cosa mi frega.

Detto ciò mi resta un'impressione positiva, un racconto spesso avvincente e devo dar merito a McEwan di avermi portato su un percorso che non immaginavo, confondendomi con le false piste (la vedova dell'eroe, la storia della macchina coi due sportelli aperti) ma anche di dare al libro un finale un po' macchinoso, con tanto di resoconto medico sulla patologia di Perry, oltre a fornire una spiegazione sbrigativa (rispetto al resto, intendo) del mistero dell'auto.
Molto bello l'inizio, invece, la cronaca accurata e quasi fredda dell'incidente con il pallone, lenta, frammentata da particolari e anticipazioni su cosa succederà in futuro ma che comunque non svela praticamente nulla.