[alibandus]

domenica, dicembre 29, 2002

L'UOMO CHE NON C'ERA di Joel e Ethan Coen

"Ma che razza di uomo sei?"
Domanda fatta due volte, in due momenti fondamentali, che razza di uomo è il barbiere? Impassibile, si lascia passare le cose addosso e non reagisce, accantona l'omicidio come fosse l'eliminazione di una mosca per poi riprendere il discorso lasciato a metà con la moglie.
E' passionale come suggerisce la lolita? Non lo farebbe cmq vedere.

E' un film bellissimo, triste come non capitava da anni, con i Coen.
Un'autentica gioia per gli occhi, girato in maniera incantevole, con le solite citazioni (stavolta da "La morte corre sul fiume", "Lolita" e chissa' quanti altri noir che non ho visto o dimenticato); e poi il cerchio che segue ormai quasi ogni loro film, dall'hula hoop di Norville, alla palla di Dude, alle scatole di brillantina fluttuanti di Ulisses, qui come cerchione/ufo in uno dei fin troppi momenti di grande emozione del film.
Lungo, nella seconda parte non regala dei veri colpi di scena ma piuttosto delle evoluzioni infinite della vicenda, almeno fino alla scena conclusiva, che ne fa un capolavoro nei capolavori dei Coen.

giovedì, dicembre 12, 2002

CHARACTER di Mike van Diem

Vincitore dell'Oscar come miglior film straniero nel 1997, è un titolo poco conosciuto dal pubblico italiano.
La storia parte con un lungo flashback e ci racconta di J. Katadreufe, figlio illegittimo di un ufficiale giudiziario e della sua governante, della sua crescita e del costante scontro con i genitori, estranei tra loro e a lui.
Ciò che viene a mancare nella sua vita è l'affetto, il calore che né la freddissima madre né l'oscuro padre potranno mai dargli, occupati in una guerra animata dall'orgoglio di entrambi, dove chi ci rimette è naturalmente il ragazzo, spesso usato come arma di ricatto dall'uno rispetto all'altro.
Ambientato nell'Olanda di inizio secolo, il film ne ricostruisce bene l'atmosfera fatta di vicoli bui e di miseria, con un bellissimo uso del colore che acquista un'importanza primaria seguendo ogni passo dell'evoluzione del protagonista. Ne è un evidentissimo esempio il modo in cui cambiano i toni della fotografia nel momento in cui Katadreufe entra per la prima volta in uno studio legale, dove l'attività frenetica ma perfettamente coordinata e la stessa luce morbida che lo avvolge fanno nascere in lui un senso di protezione, quasi un grembo dal quale egli farà di tutto per non uscire.
Altro aspetto evidente nel film è questo continuo inseguirsi di padre e figlio tra i vicoli della città, negli uffici, in casa della madre; rincorrersi per poi bloccarsi in un gesto violento o di sfida, con l'incapacità di fare un solo passo l'uno verso l'altro, cosa che per Katadreufe si verifica anche nei confronti della ragazza amata, alla quale non riesce ad avvicinarsi o ad avere uno slancio d'affetto probabilmente perché non gli è mai stato insegnato.
Complessa e molto bella, infine, la figura del padre, l'ufficiale giudiziario dal nome che ricorda un temporale Drevenhaven (temuto da tutti ma anche, a suo modo, ammirato) che vive la sua condizione di uomo senza scrupoli con saltuari segni di cedimento, come i ripetuti incubi ed il fatto di proteggere il suo ruolo nella società esibendo il distintivo da ufficiale, più importante della sua stessa dignità.

mercoledì, dicembre 04, 2002

UNA STORIA VERA di David Lynch

Due ore di grande dolcezza, di attimi allungati e silenzio.
I momenti più belli sono quelli in cui solo gli occhi del vecchio, o della figlia, o del fratello ti raccontano di tutta una vita. Ed è con gli stessi occhi che ti trovi ad attraversare le pianure e il giallo dei campi, riflettendone la luce; o resti a guardare fuori dalla finestra un pallone che rotola, al buio.
I racconti di Alvin sono riservati ai compagni di strada, alle persone gentili che non vedrà più; ed i dolori più grandi sono più facili da raccontare, come spesso accade, agli sconosciuti.

E' un film di una grazia straordinaria, delicato e commovente.

lunedì, dicembre 02, 2002

IL GIARDINO DELLE STREGHE di R.Wise/G.Von Fritsch (1944)

Certo l'idea di un seguito da "Il bacio della pantera" di Tourneur era molto interessante, ma non ho trovato nulla della magia del primo.
La firma di Wise doveva essere una garanzia, anche se ho letto che il regista è subentrato a metà film dopo il licenziamento di Von Fritsch; tuttavia m'è parso sconclusionato, senza fascino, con personaggi dall'aspetto rigido e un carattere appena abbozzato, ma soprattutto ho notato la totale assenza di quella seduzione provata nell'episodio precedente. Il punto di vista della bambina, vero perno di questo film, puntava ad essere ingenuo e sognante, ma certo non avrebbe stonato l'aggiunta di un minimo di perversione (leggi "Suspense", che questo film ricorda molto) perché la ricerca di una compagna di giochi ci azzecca poco con la presenza di un fantasma qui del tutto privo di spessore, senza più nulla di felino e neanche l'ombra di quanto smaccatamente erotico avesse questa figura di donna-pantera.
Così come la sorella, dama misteriosa e sfuggente nel primo film, che salutava in una lingua sconosciuta sfoggiando un'acconciatura e uno sguardo da brivido freddo; la si ritrova qui in forma umana, figlia che soffre l'abbandono di una madre anziana e che concentra la sua gelosia nei confronti della piccola, salvo redimersi alla fine. Perché? E' come quando un magnifico cattivo diventa buono nel film dopo, ci si sente traditi.

Piccole note a margine: 1 - Il film era ridoppiato in modo scandaloso. Piuttosto l'audio gracchiante, ma per carità, non quello scempio! 2 - se becco chi spende soldi per colorizzare i film ci decoloro la macchina con l'olio dei freni. Al secondo punto ho rimediato col telecomando, al primo non ho potuto fare niente e mi son subita una cantilena da recita delle elementari.
Purtroppo può darsi che anche questi punti abbiano il loro peso, nella nella mia impressione finale, che è abbastanza negativa.