[alibandus]

venerdì, febbraio 28, 2003

EL ALAMEIN di Enzo Monteleone

Rivisto ieri, con il regista in sala a presentarlo. Ha portato con sé anche il suo documentario "I ragazzi di El Alamein", che aveva girato prima del film e che, dice, aveva fatto vedere ai suoi attori per far capire cosa aveva in mente.
Si tratta d'interviste ai reduci, che uno dopo l'altro raccontano storie di compagni d'Africa perduti, di malattie, sete e smarrimento. Ricordano nomi, gradi, date, ne parlano con tristezza e quell'orgoglio che fa loro ripetere che mai, se fosse stato possibile, si sarebbero arresi, ma oramai non avevano né i mezzi né la forza per combattere ancora, letteralmente abbandonati nel deserto. Più di uno piange a ricordare i morti, e non m'importa se c'è chi si lamenta che parlo di me, ma ho rivisto mio nonno che mi raccontava della Grecia, prima di andare a dormire, ogni sera. Ero piccola e facevo le richieste, i racconti che mi sembravano più spaventosi erano quelli con diritto di replica infinita e vedere sullo schermo facce scavate dall'età a nascondersi gli occhi commossi m'ha fatto tornare indietro e rimpiangere di non avere più quella voce a portata d'orecchio.

Vedere il film, poi, è stato un piacere raddoppiato. Vi sono momenti tratti direttamente dai racconti dei reduci, dice Monteleone, aggiunti in fase avanzata di sceneggiatura, e mi sembrano trattati con tanta umanità e pudore da farmi sorvolare sui difetti ritrovati anche stavolta, tipo l'aspetto un po' stereotipato del soldatino pieno di amor patrio ed entusiasmo o la figura, francamente superflua, del Generale (Silvio Orlando). Invece risentire il Colonnello (Roberto Citran) che parte in auto lasciando gli uomini stremati a piedi, dire "perche' il soldato italiano sa sempre come cavarsela" m'ha ricordato un po' l'incoraggiamento dato qualche tempo fa agli operai di Termini Imerese, lo so non c'entra niente ma forse un po' sì.

Riguardo al film riconfermo ciò che era stata la mia prima impressione, con in testa la bella scena di battaglia assolutamente credibile e paurosa, quasi insopportabile tanto da farmi desiderare finisse in fretta; e tutti i passaggi lenti in cui tutto e' immobile, la sabbia, le pietre e la luce, lo straniamento di essere in un posto senza riferimenti, tutto uguale, la cosa più simile al nulla che mi viene in mente. Infine una standing ovation personale a Pierfrancesco Favino per la figura del Sergente Rizzo, uomo semplice e orgoglioso, soldato umanissimo con un sorriso che stende, un'interpretazione superba.

martedì, febbraio 25, 2003

PARLAMENTO CHIMICO storie di plastica - M.Paolini

Ti tiene lì per tre ore ad ascoltare storie di chimica e sviluppo industriale, nella prima parte ti parla di Gabriele Bortolozzo, operaio in pensione "medico autodidatta e rompicoioni" che si rende conto di essere l'unico sopravvissuto di una squadra di lavoro a contatto col cloruro di vinile, fa delle ricerche e si rivolge alla giustizia; poi ti porta all'interno del petrolchimico di Marghera, elencando dati e nomi e alleggerendo qui e là come fa sempre, ti racconta la storia riassumendola quanto possibile, in maniera piuttosto sobria, senza quasi usare i mezzi d'attore per provocare l'impatto emotivo noto ai più (vedi Vajont) e prosegue come si fa con un incastro di tessere la genesi di quella città futurista in laguna, a due passi da quella del chiaro di luna: i passaggi di proprietà, la politica, la finanza, i morti.
E' un lavoro in continua evoluzione, dice, che parte da prima della sentenza d'assoluzione di un anno e mezzo fa fino allo scorso 28 novembre, con quella nube di cui non ci si ricorda già più.
Da vedere, soprattutto per chi come me non e' cresciuto con quel mostro accanto e per cui quella silouette nera in laguna (vista sempre velocemente dal finestrino dell'auto) conservava cmq il suo fascino.

lunedì, febbraio 17, 2003

IL MORBO DI HAGGARD di Patrick McGrath Patrick ed.Adelphi

Un uomo racconta la storia di un amore clandestino che segnerà in modo indelebile la sua vita e quella delle persone a lui care.
La storia si svolge in Inghilterra nei primi tempi del secondo conflitto mondiale e l'atmosfera di paura e oppressione che circonda i personaggi si specchia nell'evoluzione della vicenda, che sarà via via più incerta e claustrofobica e che comporterà stravolgimenti anche fisici nei protagonisti.
E' proprio in quest'ultimo particolare che sta il punto forte del romanzo, dove si parla di corpi corrotti dalla malattia o resi invalidi da un incidente, o ancora estranei e mutanti, tutto questo narrato come una confessione dal protagonista, Edward Haggard, al figlio della sua amante che finirà per essere la sola scintilla di una vita disperata, l'ultima luce.
Ho trovato molto bello il modo di narrare dell'autore, che anticipa spesso i passi successivi con brevi battute, tali da farci capire fin dall'inizio che la storia avrà un triste epilogo, così che non ci sforziamo di immaginare lo svolgersi della vicenda, tutto sommato abbastanza banale, ma veniamo catturati dal clima di corruzione e malattia, dal morboso attaccamento che Haggard dimostra di avere nei confronti del ragazzo, situazione che in qualche breve tratto mi ha fatto venire in mente "Morte a Venezia".
Ciò che non ho amato è stato il prolungarsi eccessivo di certe descrizioni soprattutto ambientali, dei lunghi passi abbastanza ripetitivi anche se, immagino, fossero necessari per comprendere l'ossessione del protagonista.