EL ALAMEIN di Enzo Monteleone
Rivisto ieri, con il regista in sala a presentarlo. Ha portato con sé anche il suo documentario "I ragazzi di El Alamein", che aveva girato prima del film e che, dice, aveva fatto vedere ai suoi attori per far capire cosa aveva in mente.
Si tratta d'interviste ai reduci, che uno dopo l'altro raccontano storie di compagni d'Africa perduti, di malattie, sete e smarrimento. Ricordano nomi, gradi, date, ne parlano con tristezza e quell'orgoglio che fa loro ripetere che mai, se fosse stato possibile, si sarebbero arresi, ma oramai non avevano né i mezzi né la forza per combattere ancora, letteralmente abbandonati nel deserto. Più di uno piange a ricordare i morti, e non m'importa se c'è chi si lamenta che parlo di me, ma ho rivisto mio nonno che mi raccontava della Grecia, prima di andare a dormire, ogni sera. Ero piccola e facevo le richieste, i racconti che mi sembravano più spaventosi erano quelli con diritto di replica infinita e vedere sullo schermo facce scavate dall'età a nascondersi gli occhi commossi m'ha fatto tornare indietro e rimpiangere di non avere più quella voce a portata d'orecchio.
Vedere il film, poi, è stato un piacere raddoppiato. Vi sono momenti tratti direttamente dai racconti dei reduci, dice Monteleone, aggiunti in fase avanzata di sceneggiatura, e mi sembrano trattati con tanta umanità e pudore da farmi sorvolare sui difetti ritrovati anche stavolta, tipo l'aspetto un po' stereotipato del soldatino pieno di amor patrio ed entusiasmo o la figura, francamente superflua, del Generale (Silvio Orlando). Invece risentire il Colonnello (Roberto Citran) che parte in auto lasciando gli uomini stremati a piedi, dire "perche' il soldato italiano sa sempre come cavarsela" m'ha ricordato un po' l'incoraggiamento dato qualche tempo fa agli operai di Termini Imerese, lo so non c'entra niente ma forse un po' sì.
Riguardo al film riconfermo ciò che era stata la mia prima impressione, con in testa la bella scena di battaglia assolutamente credibile e paurosa, quasi insopportabile tanto da farmi desiderare finisse in fretta; e tutti i passaggi lenti in cui tutto e' immobile, la sabbia, le pietre e la luce, lo straniamento di essere in un posto senza riferimenti, tutto uguale, la cosa più simile al nulla che mi viene in mente. Infine una standing ovation personale a Pierfrancesco Favino per la figura del Sergente Rizzo, uomo semplice e orgoglioso, soldato umanissimo con un sorriso che stende, un'interpretazione superba.
Rivisto ieri, con il regista in sala a presentarlo. Ha portato con sé anche il suo documentario "I ragazzi di El Alamein", che aveva girato prima del film e che, dice, aveva fatto vedere ai suoi attori per far capire cosa aveva in mente.
Si tratta d'interviste ai reduci, che uno dopo l'altro raccontano storie di compagni d'Africa perduti, di malattie, sete e smarrimento. Ricordano nomi, gradi, date, ne parlano con tristezza e quell'orgoglio che fa loro ripetere che mai, se fosse stato possibile, si sarebbero arresi, ma oramai non avevano né i mezzi né la forza per combattere ancora, letteralmente abbandonati nel deserto. Più di uno piange a ricordare i morti, e non m'importa se c'è chi si lamenta che parlo di me, ma ho rivisto mio nonno che mi raccontava della Grecia, prima di andare a dormire, ogni sera. Ero piccola e facevo le richieste, i racconti che mi sembravano più spaventosi erano quelli con diritto di replica infinita e vedere sullo schermo facce scavate dall'età a nascondersi gli occhi commossi m'ha fatto tornare indietro e rimpiangere di non avere più quella voce a portata d'orecchio.
Vedere il film, poi, è stato un piacere raddoppiato. Vi sono momenti tratti direttamente dai racconti dei reduci, dice Monteleone, aggiunti in fase avanzata di sceneggiatura, e mi sembrano trattati con tanta umanità e pudore da farmi sorvolare sui difetti ritrovati anche stavolta, tipo l'aspetto un po' stereotipato del soldatino pieno di amor patrio ed entusiasmo o la figura, francamente superflua, del Generale (Silvio Orlando). Invece risentire il Colonnello (Roberto Citran) che parte in auto lasciando gli uomini stremati a piedi, dire "perche' il soldato italiano sa sempre come cavarsela" m'ha ricordato un po' l'incoraggiamento dato qualche tempo fa agli operai di Termini Imerese, lo so non c'entra niente ma forse un po' sì.
Riguardo al film riconfermo ciò che era stata la mia prima impressione, con in testa la bella scena di battaglia assolutamente credibile e paurosa, quasi insopportabile tanto da farmi desiderare finisse in fretta; e tutti i passaggi lenti in cui tutto e' immobile, la sabbia, le pietre e la luce, lo straniamento di essere in un posto senza riferimenti, tutto uguale, la cosa più simile al nulla che mi viene in mente. Infine una standing ovation personale a Pierfrancesco Favino per la figura del Sergente Rizzo, uomo semplice e orgoglioso, soldato umanissimo con un sorriso che stende, un'interpretazione superba.

