Una casa alla fine del mondo di Michael Mayer (2004)
Preso quasi a caso al noleggio, senza leggere trama né nient'altro. Fidandomi anche di Colin Farrell, che non m'entusiasma. Non avevo neanche associato il titolo all'omonimo romanzo di Cunningham, dovevo avere il cervello completamente scollegato.
La storia parte bene, con un ragazzino che adora quel fratello bello e gentile, che gli insegna ad amare la vita con tutto ciò che c'è dentro. E quando lo perde in quel modo stupido (in una scena resa benissimo) continua a conservare la dolcezza e l'amore per gli altri, tutti quanti.
Non riuscirà mai a stare da solo, avrà sempre bisogno di qualcuno che lo abbracci, a partire da quel compagno di liceo con cui dividerà tutte le tappe della crescita, fumo e sesso compresi, facendosi amare anche dalla sua famiglia e soprattutto dalla madre, intenerita e a suo modo sedotta dalla dolcezza di un ragazzino così diretto e puro.
E' stato nella scena della torta, che m'è venuto qualche sospetto. Mi son detta ma guarda un po', la mamma che fa la torta assieme al piccolo, come in The Hours. Una mamma che sembra avere il mondo intero dietro quegli occhi e non osa dirlo, per convenzioni, fedeltà al matrimonio, chissà che altro. Ma che non resta sconvolta dalla scena d'inequivocabile intimità appena vista tra il figlio e quel ragazzino, che non caccia ma stringe ancora più forte, come fosse un pezzettino di quella libertà di cui non potrebbe più fare a meno, in quella casa. Eppure il mio sospetto è rimasto lì, non approfondito.
Quando la storia si sposta sui ragazzi cresciuti, e il viso di Colin Farrell prende il posto che gli spettava, la storia sembra sgonfiarsi un po'. Anche la nuova amica-amante cittadina forse non ha lo spessore richiesto, il film diventa un po' scontato sulle figure del gay promiscuo, la ragazza poco stabile emotivamente, la nuova famiglia allargata, le difficoltà che arrivano inevitabili. Per fortuna ci sono ancora momenti notevoli, come l'abbandono quasi noncurante delle ceneri paterne da madre a figlio, o comunque in genere le scene in cui è presente Sissi Spacek.
Poi con la fuga finale mi son detta ok, se questo non è "The Hours 2" poco ci manca, e infatti. Solo che l'ho letto sui titoli di coda, che era tratto da Cunningham, e il neurone risvegliato ha preso a schiaffi quello che ancora dormiva, gridandogli "alla buon'ora!".
Così mi rimane un film per metà decisamente bello, per l'altra metà un po' debole, se i voti fanno media gli darei comunque la sufficienza piena. Quanto a Farrell, ha sempre una faccia da cucciolone che spesso scade nella macchietta, ma va detto che nella scena dell'iniziazione ha uno sguardo e un tono di voce esitante così credibile da riscattare tutte le sopracciglia troppo inarcate che ha sparpagliato durante il film.
Preso quasi a caso al noleggio, senza leggere trama né nient'altro. Fidandomi anche di Colin Farrell, che non m'entusiasma. Non avevo neanche associato il titolo all'omonimo romanzo di Cunningham, dovevo avere il cervello completamente scollegato.
La storia parte bene, con un ragazzino che adora quel fratello bello e gentile, che gli insegna ad amare la vita con tutto ciò che c'è dentro. E quando lo perde in quel modo stupido (in una scena resa benissimo) continua a conservare la dolcezza e l'amore per gli altri, tutti quanti.
Non riuscirà mai a stare da solo, avrà sempre bisogno di qualcuno che lo abbracci, a partire da quel compagno di liceo con cui dividerà tutte le tappe della crescita, fumo e sesso compresi, facendosi amare anche dalla sua famiglia e soprattutto dalla madre, intenerita e a suo modo sedotta dalla dolcezza di un ragazzino così diretto e puro.
E' stato nella scena della torta, che m'è venuto qualche sospetto. Mi son detta ma guarda un po', la mamma che fa la torta assieme al piccolo, come in The Hours. Una mamma che sembra avere il mondo intero dietro quegli occhi e non osa dirlo, per convenzioni, fedeltà al matrimonio, chissà che altro. Ma che non resta sconvolta dalla scena d'inequivocabile intimità appena vista tra il figlio e quel ragazzino, che non caccia ma stringe ancora più forte, come fosse un pezzettino di quella libertà di cui non potrebbe più fare a meno, in quella casa. Eppure il mio sospetto è rimasto lì, non approfondito.
Quando la storia si sposta sui ragazzi cresciuti, e il viso di Colin Farrell prende il posto che gli spettava, la storia sembra sgonfiarsi un po'. Anche la nuova amica-amante cittadina forse non ha lo spessore richiesto, il film diventa un po' scontato sulle figure del gay promiscuo, la ragazza poco stabile emotivamente, la nuova famiglia allargata, le difficoltà che arrivano inevitabili. Per fortuna ci sono ancora momenti notevoli, come l'abbandono quasi noncurante delle ceneri paterne da madre a figlio, o comunque in genere le scene in cui è presente Sissi Spacek.
Poi con la fuga finale mi son detta ok, se questo non è "The Hours 2" poco ci manca, e infatti. Solo che l'ho letto sui titoli di coda, che era tratto da Cunningham, e il neurone risvegliato ha preso a schiaffi quello che ancora dormiva, gridandogli "alla buon'ora!".
Così mi rimane un film per metà decisamente bello, per l'altra metà un po' debole, se i voti fanno media gli darei comunque la sufficienza piena. Quanto a Farrell, ha sempre una faccia da cucciolone che spesso scade nella macchietta, ma va detto che nella scena dell'iniziazione ha uno sguardo e un tono di voce esitante così credibile da riscattare tutte le sopracciglia troppo inarcate che ha sparpagliato durante il film.


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